Archivio per febbraio 2010
Il Ki

Chi si accosta alle filosofie e alle discipline orientali presto deve fare i conti con un concetto essenziale, ma difficile da definire e delimitare, dalle molteplici nuances e che permea grande parte della cultura orientale: il ki.
La traslitterazione ki è giapponese, mentre in cinese è detto qì (traslitterazione Pinyin, mentre è c’hi nella traslitterazione Wades-Giles). È un concetto presente anche nella lingua sanscrita, dove è individuato dal termine prana. Come molti elementi culturali e filosofici orientali, la nozione di ki nasce in India per arrivare in Giappone tramite la Cina. È per questo motivo che è possibile riscontrare alcuni aspetti comuni in queste tre diverse culture.
Il ki ha un’importanza fondamentale nella cosmologia taoista [1], nelle arti marziali, nell’agopuntura e medicina cinese, ma anche nell’idraulica, geomanzia, pittura nella calligrafia e nel teatro [2].
Si può tradurre in italiano questo termine come energia vitale o anche energia universale, energia intrinseca [6], ma la traduzione ne coglie solo parzialmente il significato e non è in grado di evidenziare le diverse sfumature culturali di cui è permeato. Cerchiamo dunque di analizzare queste diverse sfaccettature, per poi fornire una nostra interpretazione del concetto in chiave moderna.
Significato dell’ideogramma
Per capire il concetto di ki è utile partire dall’ideogramma che lo rappresenta. L’aspetto grafico del carattere è cambiato con il tempo e l’illustrazione in alto nella pagina mostra la sua versione più recente. Con questa variante più moderna è più difficoltoso scorgere la rappresentazione del suo significato, in quanto gli elementi grafici che lo compongono divengono maggiormente astratti. L’ideogramma rappresenta nella parte bassa la pentola in cui si cuoce il riso, mentre i tratti superiori rappresentano i vapori prodotti durante la cottura. Questi elementi hanno una forte valenza simbolica, per almeno due motivi: nella cultura orientale il riso è un elemento fondamentale per il sostentamento, e quindi possiede il ruolo di sostenere la vita; il vapore rappresenta un elemento impalpabile, etereo ma strettamente legato all’energia.
Sulla Rete è possibile trovare altre interpretazioni di questo ideogramma, ma questa è quella che adottiamo come nostra.
La parola Ki
In [2] si spiega che un dizionario giapponese definisce il Ki come mente, spirito o cuore e a seguire indica centinaia di parole composte che utilizzano l’ideogramma Ki. Sono utilizzati per esprimere stati d’animo, tipi di atteggiamento o carattere. Nell’ambito delle arti marziali e nella medicina orientale, il termine è utilizzato per descrivere una forma sottile di energia. Nei testi antichi, il ki è tradotto come aria, atmosfera o respiro [6].
Il Ki e il soffio
Si è portati a ritenere che, fino a quando il ki anima il corpo, questo rimane in vita. La morte sopraggiunge quando si esala “l’ultimo respiro”, definizione interessante in quanto il ki è anche assimilato al suono o verbo primordiale o respiro divino. Questo aspetto peraltro è presente anche nelle religioni bibliche, dove Dio soffia l’alito di vita nell’uomo che sta creando. Lo stesso elemento è presente nella filosofia stoica, dove si afferma che il pneuma (soffio o spirito) è parte dell’anima [4].
Nelle arti marziali
L’energia del ki è l’elemento con cui opera il budoka [4]. È un’energia universale che può essere diretta, ma non contenuta dalla mente [2]. Il ki può anche essere definito come energia addominale, irradiante e centralizzata [5].
Questa forma d’energia è quella che fa la differenza con la mera preparazione fisica. L’unità mente-corpo e la centralizzazione nel punto uno infonde nella persona “una vitalità enorme e renderlo estremamente possente nell’azione, assai più che se egli avesse sviluppato la sola potenza muscolare per mezzo di esercizi di coordinazione basati principalmente sulle discipline esclusivamente fisiche” [6].
Dal punto di vista scientifico
Nella tradizione, il ki è ritenuto una forma di energia autonoma. Si dice che il ki ha origine nel sole, che è una fonte immensa e praticamente inesauribile [4]. Lo si acquisisce attraverso la respirazione, che è il meccanismo che porta il ki all’interno del corpo e da qui a tutte le cellule dell’organismo. Il ki è presente in natura anche nei vegetali: le verdure a foglia verde sono un concentrato di ki [4].
Dal punto di vista scientifico, ci sono stati alcuni tentativi di dimostrare l’esistenza di un’energia che permea il corpo umano. Esperimenti condotti con la macchina di Kirlian hanno mostrato che il corpo umano è attorniato da un campo energetico, anche se nessuno studio ha dimostrato che questo sia da attribuire al concetto filosofico di ki. L’aspetto di un corpo ritratto con questo dispositivo somiglia a quello che si immagina essere l’aspetto dell’aura che avvolge il corpo umano, ma si tratta di un fenomeno fisico noto agli addetti al settore.
L’aspetto curioso del ki è la possibilità di mostrarne il funzionamento senza poterlo dimostrare in modo scientifico né spiegare, forse per via del fatto che questo attiene alla sfera spirituale.
Dal punto di vista religioso
Per quanto invece attiene agli aspetti religiosi del ki presenti in dottrine come il taoismo o lo shintoismo, il nostro approccio è quello di sospensione del giudizio. Come lo Zen possiede una cosmologia complessa ereditata dall’Induismo e non solo, ma non se ne preoccupa oltremodo dato che l’importante è il qui e ora, anche gli aspetti del ki non riscontrabili con la pratica quotidiana non rivestono per noi particolare interesse.
Per concludere sulle relazioni tra religiosità e ki è interessante citare Reed [2]:
I primi filosofi occidentali tentarono senza successo di provare matematicamente l’esistenza di Dio, tuttavia la mente ha sempre eluso ogni tentativo di esplorare e definire la propria essenza.
Nella modernità
Tradizioni alchemiche, realtà scientifiche moderne, immagini ispirate e potere della mente. Come possono tutti questi elementi collimare e fare in modo che il concetto di ki sopravviva nell’era moderna? È realmente necessario salvare il ki dal calderone delle superstizioni?
A mio avviso il concetto di ki non è scindibile dalle discipline orientali. Banalmente, si ricordi che l’Aikido ne integra il termine nel proprio nome. Svuotare queste pratiche da ogni riferimento al ki rischia di svilirne la natura e la storia, snaturandole. Detto questo è però possibile sfruttare la molteplicità di significati del termine per modernizzarne l’accezione, nel contempo avvicinando il concetto all’occidente.
Un eccessivo approccio scientifico alla disciplina orientale la ridurrebbe al solo studio motorio, estetico, pisichico dei suoi contenuti, privandola completamente della componente spirituale, che però oggigiorno è l’elemento essenziale e caratterizzante che ci spinge verso l’Oriente. L’Occidente ha lavorato per sviluppare la scienza, ponendo una grande attenzione a separarla dallo spirito; oggi però ci rendiamo conto che siamo carenti da questo secondo aspetto, e andiamo in cerca di questa componente che stiamo perdendo.
È giusto quindi mantenere viva la parola ki, ma contestualizzandola e avvicinandola al mondo occidentale.
Una possibile interpretazione
In che modo possiamo quindi intendere il ki in modo moderno? Lo possiamo fare solo utilizzando un insieme di concetti.
Per quanto attiene alla pratica marziale, il ki può essere inteso come forza di volontà o intenzione. Il ki viene condotto nell’applicazione di una tecnica al fine di renderla efficace. Questo non è un aspetto non legato alla forza muscolare, che è un’energia che esiste ma che è di tipo diverso. Si parla anche di invio del ki [3], a suggerire la proiezione dell’idea in un determinato punto dello spazio, che può essere vicino o lontano in funzione delle capacità personali. In questo contesto è interessante citare Maruyama [3]:
Ciò che manca nell’educazione moderna è l’invio del ki: finché si invia il ki non si riceve il ki degli altri e si evita di venire colpiti. Il ki fluisce naturalmente verso gli altri. Gli studenti violenti sono quelli che hanno perduto tutte le speranze nella società, sono troppo deboli; perciò gli insegnanti di oggi dovrebbero cercare di diventare forti ed inviare il ki positivo, così anche gli studenti invieranno il ki positivo.
Un’azione marziale portata con ki può essere descritta in termini occidentali come un atto compiuto con tutto l’essere, a mente e corpo unificati e coordinati. In questo modo si spende nell’azione tutto quanto si può dare in termini di risorse psicofisiche.
Un altro modo di descrivere il ki a livello marziale è energia interna (o intrinseca) del corpo. In questo contesto due elementi essenziali che ne regolano l’intensità sono il respiro e la nutrizione. Perché un’azione sia coordinata mente-corpo è necessario che sia coordinato anche il respiro. Solitamente l’inspirazione è associata all’atto di arretrare, mentre l’espirazione con quello di avanzare. Più esattamente, l’inspirazione precede l’azione, che è sempre contestuale all’espirazione. Inoltre, l’energia interna è una funzione dell’alimentazione dell’individuo: una alimentazione non corretta può incidere negativamente sulle riserve energetiche del corpo. La cura dell’alimentazione è dunque un modo per curare la propria energia interna e quindi, in senso figurato, il nostro ki.
Diversi aspetti della cura del ki, come la respirazione addominale, l’esposizione al sole, l’alimentazione tramite cibi “ricchi di ki” non possono essere spiegati scientificamente attraverso la teoria che descrive il ki, però mantengono una propria validità scientifica, dimostrata attraverso studi che ne mettono in evidenza gli aspetti dal punto di vista della scienza occidentale (vedi Cura del ki [disponibile a breve]).
Interessante notare inoltre che il termine ki è anche utile, all’interno di un discorso, come metafora.
In conclusione, dato che per esprimere i diversi aspetti del ki, ancorché mediati da un’analisi moderna, esperienziale e scientifica, è necessario utilizzare diversi concetti, non si può sostituire questo termine orientale con una parola occidentale, dato che in questo passaggio si perderebbe un qualche significato. In parole povere, non esistono termini occidentali che possano descrivere in modo completo i diversi e ricchi significati psicofisici associati al termine orientale ki.
Di conseguenza si continuerà a utilizzare questa parola nei prossimi articoli, ma intendendolo nella sua accezione più moderna qui descritta.
Bibliografia
[1] Jennifer Oldstone-Moore, “Capire il Taoismo”, Feltrinelli.
[2] William Reed, “Ki. Guida pratica allo sviluppo dell’energia vitale”, Ed. Mediterranee.
[3] Koretoshi Maruyama, “Aikido con Ki”, Erga edizioni.
[4] Micheal Coquet, “La vera forza delle arti marziali”, Ed.Amrita
[5] Oscar Ratti, Adele Westbroook, “Aikido e la sfera dinamica”, Ed. Mediterranee.
[6] Oscar Ratti, Adele Westbroook, “I segreti dei samurai – le antiche arti marziali”, Ed. Mediterranee.