Archivio per maggio 2011
Automummificazioni

Mummie tibetane alla ricerca dell’illuminazione rinsecchiscono e durano più di cinquecento anni. Ma perché farsi del male?
Riprendo un vecchio articolo di Corriere.it per fare un esempio di quello che erano capaci di fare nei tempi antichi, di quanto potevano spingersi oltre ogni limite nella ricerca spirituale. Sconfinando però così nel campo della superstizione e dell’ignoranza. E dell’autodistruzione.
L’immagine raffigura Kukai, fondatore della setta Shingon, branca giapponese del buddhismo tantrico, anche definito buddhismo esoterico. Le pratiche di questa setta consistono nello spingere il corpo fino ai limiti della resistenza tramite una disciplina di austerità e meditazione. È un ascetismo che ricorda in parte le tradizioni classiche e cristiane, ma che si discosta da queste per le sue caratteristiche fatali.
I seguaci di Kukai cominciavano a nutrirsi di noci e bacche e dopo quasi tre anni passavano a cibarsi solo della corteccie e delle radici di alcuni pini. Dopo cinque anni e mezzo, ormai ridotti a scheletri ambulanti, i monaci smettevano pressoché di muoversi e passavano la giornata a meditare. Ormai prossimi alla morte, bevevano un’infuso di una pianta chiamata Urishi che li faceva sudare, vomitare ed urinare in modo da eliminare tutti i liquidi. Una volta terminata questa fase, i monaci si avvelenavano con l’arsenico.
L’incredibile risultato è l’automummificazione del corpo, tramite un penoso rituale di sofferenza.
Un esemplare di queste mummie è stato scoperto nel 1975 presso il villaggio di Ghuen, nella parte indiana dell’Himalaya. A parte la venerazione degli abitanti del villaggio, non è stata particolarmente considerata fino al 2003, quando un gruppo di studiosi si è recato al villaggio per osservarla e per costatare l’ottimo stato di conservazione. I capelli e i denti erano ancora presenti mentre uno dei bulbi oculari era disseccato ma ancora al suo posto. La datazione al carbonio ha confermato che l’uomo è morto intorno al 1475, quindi più di 500 anni prima.
Chissà quanti morti per questa assurda pratica, che si credeva potesse portare all’illuminazione nel giro di una sola vita, invece che in più reincarnazioni. Chissà quanti monaci si sono imposti una lenta agonia nella speranza di unirsi con il divino.
Preferisco di gran lunga lo Zen, dove la meditazione è essa stessa risveglio e l’illuminazione è nel quiedora. Preferisco pensare che ricerca spirituale sia sinonimo di celebrazione della vita, non di suicidio. Non sono d’accordo con quanti ritengono che il corpo è un limite all’ascesi: siamo mente e siamo corpo. Siamo duali, l’uno non esiste senza l’altro.
L’Aikido ci insegna che il corpo non è un limite, ma anzi può essere lo strumento per sviluppare la crescita spirituale.