La Via del Guerriero

Archivio per agosto 2011

Il gusto di essere felici (1)

Nel 2007, una serie di studi neurologici compiuti dagli scienziati dell’Università del Wisconsin hanno studiato la felicità dal punto di vista dell’attività cerebrale, facendo una scoperta sorprendente. Un monaco buddista parigino ottiene risultati che sembravano impossibili, demolendo quelle che venivano ritenute le soglie della beatitudine. Da allora è stato definito «l’uomo più felice del mondo». Lui è Matthieu Ricard, ex-ricercatore francese che nel 1972 ha abbracciato il buddismo tibetano, trasferendosi nel monastero nepalese di Schechen, dove vive tuttora. Ha scritto diversi libri, tra cui «Il gusto di essere felici» (Sperling & Kupfer, 2008).

È un libro che mi è piaciuto molto e che ritengo contenga un numero impressionante di spunti interessanti su cui riflettere. Troppa cultura non va bene, dicono gli studiosi dello Zen, ma qui siamo di fronte a un filosofo, che affronta l’argomento della felicità non solo dal punto di vista esperienziale, ma per prima cosa dal punto di vista filosofico, citando autori e concetti vicini alla cultura occidentale, contesto d’altra parte entro cui si è formato. Inoltre, l’autore non disdegna citazioni a studi (spesso singoli, per la verità) che mostrano come la scienza stia cominciando ad avvalorare le tesi e le pratiche del buddismo e della meditazione.

È interessante leggere di questi argomenti da scritti di un occidentale: in parte ti semplifica le cose, riducendo quell’impedenza culturale che si frappone tra oriente e occidente.

Il libro delinea un percorso preciso, che passa attraverso alcune domande: «la felicità è importante?», «la felicità è possibile?», «la felicità è lo scopo dell’esistenza?» per poi passare ai grandi sentimenti che sensazioni che proviamo: il desiderio, l’odio, la bontà, l’invidia o la gelosia.

Una lettura che vale la pena fare, anche sotto l’ombrellone.

Per incuriosire un po’ il lettore voglio riportare alcuni passaggi del libro. Il post è un po’ lungo quindi sarà suddiviso in puntate.

La vera felicità

«Se chiediamo a più persone di raccontarci le lore esperienze di felicità perfetta, qualcuno ci palerà di momenti di pace profonda provati in un ambiente naturale e armonioso [...] Il denominatore comune di tutte queste esperienze, fertili ma fugaci, sembra essere la temporanea scomparsa di ogni conflitto interiore.» Ma la felicità di cui parla il libro è definita dal buddismo tibetano sukha, che indica una condizione di benessere che nasce da una mente profondamente sana e serena, una qualità che impregna ogni pensiero e azione e non è alterata in modo significativo da esperienze di tipo negativo.

Per raggiungere questo stato bisogna cambiare la propria visione del mondo, ma senza cadere nell’ottimismo ingenuo, nell’euforia artificiale o in un’esaltazione da mantenere a ogni costo.

Chi si accontenta gode

Molte ricette per la felicità si basano sul concetto «sei fatto così, ti devi accettare». In questo modo si pensa di eliminare il conflitto interiore. Ricard in merito a questo aspetto offre uno spunto interessante: un atteggiamento del genere si riduce «nell’impacchettare le nostre abitudini in una carta dorata». Anche se dare sfogo alle proprie pulsioni può risultare in uno sfogo momentaneo, rimaniamo comunque schiavi delle nostre attitudini. «Esprimendo la nostra natura ordinaria, restiamo soltanto degli esseri ordinari». «Siamo abituati da così tanto tempo ai nostri difetti che non riusciamo a immaginare che cosa sarebbe la nostra vita se ce ne liberassimo: gli spazi aperti del cambiamento ci danno le veritigini».

Ovviamente Ricard spinge a cambiare, ad affrontare i nostri limiti e a superarli, come un vero Guerriero.

La sofferenza si può vincere

Una critica che spesso viene rivolta al buddismo in generale, che ha lo scopo ultimo di eliminare la sofferenza dalla Terra è che questa è insita nella natura umana e quindi è uno scopo impossibile. Secondo me gli antichi lo sapevano benissimo ed hanno impostato il livello un po’ in alto appositamente, per evidenziare il fatto che non c’è mai fine al miglioramento. Ma la critica sopravvive e Ricard ci spiega in che modo bisogna intendere la sofferenza: «secondo la concezione buddista, la sofferenza, in quanto fenomeno globale, sarà sempre presente». Nonostante ciò, il singolo individuo ha la possibilità di liberarsene. È un punto importante, e anche incoraggiante!

Felicità ed ego

«A differenza del buddismo, ci sono ben pochi metodi psicologici che si occupano del problema di restringere la percezione del possesso, [...] che nel saggio arriva fino allo sradicamento dell’ego [...] si tratta di un’idea nuova, per un occidentale addirittura sovversiva, dato che si ritiene sia questo l’elemento fondamentale della personalità».

«[...] ritenere che il nostro io sia la cosa più importante ci trasforma in un bersaglio, esposto a ogni sorta di proiettile mentale: gelosia, invidia, paura, avidità, repulsione…»

«Pur non essendo tangibile com un oggetto materiale, lo percepiamo attraverso la vulnerabilità cui ci espone costantemente: un semplice sorriso lo gratifica, un aggrottarsi di sopracciglia basta per addolorarlo.»

Esaurire le emozioni negative

Un altro suggerimento (sbagliato) che spesso si sente in giro è quello di lasciar esaurire da sole le emozioni negative, dandole sfogo. Ricard dice: «Purtroppo, l’esperienza dimostra che diventano sempre più forti». Si crea una sorta di loop e i sentimenti negativi, invece che sparire, si rafforzano. «Permettendo alle emozioni negative di esprimersi sistematicamente, prendiamo delle abitudini che riproporremmo non appena il carico emotivo avrà raggiunto la soglia critica».

Poi aggiunge un elemento secondo me molto importante:

«Allenando la mente all’amore altruistico, elimineremo gradualmente l’odio, perché questi due stati d’animo possono alternarsi ma non coesistere nello stesso istante.»

Il concetto è che non si tratta di soffocare le emozioni negative come l’odio, ma di coltivare e stimolare l’emozioni opposte, come l’amore e la compassione.

Emozioni come catalizzatore

Un altro concetto interessante che esprime l’autore è che anche le emozioni negative possono contenere qualcosa di positivo. «La collera permette spesso di superare un ostacolo», «l’orgoglio comporta il coraggio, senza però arrivare all’arroganza», «nella gelosia c’è una determinazione ad agire». Ricard dipinge questa immagine: come nella musica ci sono diverse componenti, così anche nelle emozioni. Si tratta quindi di riconoscere e utilizzare i lati positivi anche delle emozioni negative.

Contemplazione buddista e psicologia

L’autore riassume molto bene il nucleo della pratica contemplativa buddista: «riconoscere l’emozione nel momento stesso in cui si produce, comprendere che si tratta soltanto di un pensiero privo di esistenza autonoma e lasciare che si sciolga spontaneamente evitando la reazione a catena che ne deriva».

Si tratta del ruolo centrale svolto dalla presenza risvegliata, qualcosa che agisce prima e durante e non dopo, come avviene per le terapie legate alle ricerche di psicologia moderna sul controllo delle emozioni.

[continua]

Scritto da Max

4 agosto 2011 alle 7:54 am

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