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Un’Arte non marziale
Ci ho messo qualche anno, ma ho capito che l’Aikido non è per nulla un’arte di combattimento, anzi la inquadrerei esclusivamente come percorso psicologico personalizzato. Guardando due persone che praticano questa disciplina sembra di vedere una lotta, ma la realtà è ben diversa.
Quando, diversi anni fa, assistetti per la prima volta a una lezione di Aikido, non sapevo cosa aspettarmi. Avevo fatto una ricerca online, per orientarmi nel vasto mondo delle Arti Marziali Orientali. Basterebbero Giappone e Cina per offrire un sufficiente numero di discipline tra cui scegliere, ma non bisogna scordare che esistono altre tradizioni, come quelle vietnamita, coreana, tailandese o filippina.
Ero molto affascinato dal Pa Kua (o palmo degli otto trigrammi), un’arte marziale cinese di stile interno, con una significativa componente simbolica. È qualcosa che culturalmente mi affascina ancora adesso. Ma un collega di lavoro mi consigliò una palestra dove si praticava Aikido che era vicina a casa e così andammo a vedere una lezione.
Non tornai a casa con un’idea precisa di quel che avevo visto (penso sia difficile inquadrare un’arte marziale a prima vista, soprattutto se si è completamente digiuni dell’argomento). Mi bastava però che fosse una cosa orientale e dove si facesse attività fisica moderata. E soprattutto dove non ci fossero esaltati che si picchiavano selvaggiamente.
Cominciai a praticare con piacere e proseguii diversi anni. Decisi di affrontare l’esperienza come avevo capito facessero tradizionalmente gli allievi giapponesi: senza chiedersi il perché e il percome, ma con fiducia nel Maestro e nella Via che si stava seguendo. Piano piano cominciai a formarmi un’idea, una percezione più precisa di questa disciplina orientale, che fatico a considerare un’Arte Marziale.
Nel corso degli anni ho letto diversi libri e siti web e spesso ho visto mettere in relazione l’Aikido con espressioni come «arte marziale esclusivamente difensiva», «attacco armato», «attacco a mani nude», «combattimento», «aggressione fisica», «efficacia in combattimento». Una domanda che ricorre spesso nel Web è «quanto è efficace l’Aikido?». Alcuni si chiedono, «che relazione ha l’Aikido con le discipline dalle quali deriva, prima tra tutte il Daito Ryu?». Tutti questi elementi non fanno altro che spostare l’attenzione su un aspetto della disciplina che non esiste. Sono fuorvianti.
Oggi vedo l’Aikido esclusivamente come un percorso psicologico personalizzato, piuttosto che come un insieme di tecniche che possono anche essere utilizzate per difendersi contro un avversario esterno. Come diceva Morihei Ueshiba, il fondatore dell’Aikido, «la vera lotta è su sé stessi». In altre parole, non si tratta di un’arte marziale che ha anche una componente di crescita personale ma di una disciplina esclusivamente di crescita spirituale.
Con il tempo mi sono reso conto che le tecniche di combattimento non solo hanno lo scopo di favorire una maturazione psicologica dell’allievo, ma che la loro utilità si esaurisce in questa funzione. In altre parole, si tratta di tecniche sostanzialmente inefficaci in un combattimento reale. Guai a provare a utilizzarle in strada. D’altra parte tutti i Maestri dicono di non farlo assolutamente, di non farsi coinvolgere in risse.
Mi chiedo se questa indicazione nasce anche dalla consapevolezza della loro inefficacia.
Post scriptum
Alcuni pezzi che hanno contribuito a comporre il puzzle sono stati:
- Le tecniche dell’Aikido si studiano con prese e attacchi. Nessuno che abbia una formazione anche solo basilare nel combattimento afferrerebbe mai il polso o il braccio di qualcuno, perché nel contatto c’è la comunicazione dell’intenzione e quindi questa azione costituisce una grande apertura all’avversario.
- Gli attacchi che si studiano nell’Aikido, come quello di pugno (preso dal Karate), offrono troppa apertura all’avversario. Shomenuchi va bene con la spada, ma chi lo usa a mani nude? Yokomenuchi pure, anche se in qualche caso viene assimilato a un gancio. A ogni modo, in generale, anche in questo caso si tratta di attacchi decisamente improbabili.
- Citando il mio insegnante: «in una proiezione se uno decide di non cadere non cade».
- Quando il mio insegnante era in difficoltà e il resto del repertorio non funzionava, per atterrare il partner (uke) impiegava una tecnica di Judo.
Ho avuto riscontro di queste cose vedendo come praticava tui shou il mio insegnante di Tai Chi / Yi Quan: nessuna apertura e assolutamente nessuna presa, ma passo dopo passo ti spingeva dove voleva. Possibilità di applicare una tecnica di Aikido praticamente zero. Stesso discorso con un collega praticante di Wing Chun: brevi distanze, che rendono difficile l’applicazione delle tecniche dell’Aikido (che sono composte principalmente da movimenti ampi).
