La Via del Guerriero

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Ultimo dell’anno meditativo

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photo credit Alice Popkorn.

Quest’anno abbiamo passato un ultimo dell’anno un po’ particolare; con la scusa di andare a trovare un amico che pratica una Via di meditazione indiana (il Sahaj Marg), ci siamo imbucati in un ashram di Milano. L’ashram è la “casa del Maestro”, ma anche “luogo dove si pratica la Via”.

È inserito in un contesto post-industriale, recentemente ristrutturato e cambiato di destinazione d’uso: oggi ci sono aziende di servizi, commerciali, Università e non solo. Molto vicini si trovano due grandi centri commerciali, e la cosa crea un curioso abbinamento tra sacro e profano.

Alla sera del 31 ovviamente le aziende erano tutte chiuse, le uniche luci di questo grande complesso erano quelle fioche dell’ashram e quelle sgargianti dei centri commerciali.

L’ashram è un loft di discrete dimensioni, completamente attrezzato e ristrutturato in modo gradevole, dove dominava il colore bianco. Alle pareti quadri con le immagini del Maestro e dei suoi maestri (nella fattispecie si tratta di un lignaggio che parte nel tardo 1800 e si struttura in tre generazioni successive).

La struttura è attrezzata di cucina, bagni, sala di meditazione, area di ristoro con piccola libreria e sgabuzzino, stanza dei bambini, oltre ovviamente all’appartamento del Maestro. Ogni area è di dimensioni essenziali; gli spazi appaiono ben studiati.

Una superficie importante è dedicata all’appartamento del Maestro, che dispone di un letto, una scrivania e di un bagno privato. Il Maestro possiede ashram in tutto il mondo e le comunità locali che hanno in gestione la struttura cercano di attrezzare l’appartamento in modo uniforme e consistente con gli altri ashram. Anche qui dominano le tonalità di bianco, i materiali naturali e l’ambiente è essenziale.

L’appartamento si trova al piano superiore, che si può raggiungere dall’ingresso da un ascensore con pareti in vetro, oppure da una porta che da sul soppalco che si raggiunge dalle scale interne. L’appartamento è quasi sempre vuoto, dato che il Maestro risiede e vive principalmente in India. L’ashram di Milano ha visto iniziare i lavori di ristrutturazione a inizio 2009, ma l’inaugurazione è avvenuta solo a metà anno. Il Maestro ha avuto modo di vedere la struttura prima che fosse pronto il suo appartamento, che quindi non è stato ancora utilizzato.

Sulle prime mi ha colpito il fatto che così tanto spazio, in relazione a quello totale e dedicato ad altre attività, come la cucina, sia dedicato in modo esclusivo al Maestro, che però non ha modo di utilizzarlo, se non per pochi giorni l’anno. Ovviamente, può anche decidere di trasferirsi in Italia per un periodo più lungo, ma ho la sensazione che questa opzione sia un poco improbabile.

Poi ho capito che l’essenza stessa dell’ashram, che risiede nel principale significato di questa parola, è la presenza dell’appartamento del Maestro. Questo deve essere dignitoso e adeguato. È ovvio quindi che si sacrifichino degli spazi comuni per dedicare più attenzione a questa parte essenziale dell’ashram.

Con il passare delle ore del pomeriggio, la comunità di praticanti si è andata raccogliendosi nella struttura, e il numero di persone è aumentato.

Nel primo pomeriggio c’è stata una proiezione di un film (anni ’80, direi) che in modo simpatico ha affrontato il tema della paura, su cui tra l’altro riflettevo poco tempo fa e che ritengo essere uno dei temi centrali della nostra esistenza.

C’è stata poi una meditazione di gruppo, a uso esclusivo dei praticanti, nella grande sala di meditazione. Chi come me non poteva partecipare ha atteso nella stanzetta dei bambini. Ho approfittato per fare zazen, dopo secoli che non praticavo. È stato molto difficile, ma come spesso accade quando siedo in meditazione, mi sono saltate fuori dalla mente due idee interessanti. Spesso mi succede così: nel turbinio di pensieri ne saltano fuori anche di interessanti; come per gli altri cerco di non attaccarmici, però a fine pratica li ricordo bene… :-)

Dopo la meditazione c’è stato il momento di silenzio della durata di 30 minuti. Nello Zen la discontinuità tra vita normale e meditazione è marcata da un semplice rito; qui c’è stato il momento del silenzio, anche se non è una consuetudine consolidata, ma una cosa che mi dicono sia stata fatta per la prima volta in questo caso. Fare qualcosa al termine della meditazione lo trovo essenziale e anche un ritorno molto graduale alla normalità come il momento del silenzio lo trovo molto adeguato.

Meditazione e silenzio, un’accoppiata bellissima perfettamente adeguata alla mia indole!

Dopo due passi per sgranchirci le gambe abbiamo preparato la tavola e mangiato un’ottima cena vegetariana: polenta, finocchi e piselli, due tipi di lenticchie. Gustosa e leggera. C’erano anche formaggi, ma onestamente la vasta disponibilità di legumi era già di per sé soddisfacente. Poi i formaggi erano vari, molli e “promo”; se lo devo mangiare lo voglio buono, tipo un Grana Padano Doc. Ovviamente il cibo all’ashram è vegetariano per rispetto agli altri esseri viventi, mentre mi risulta che l’alimentazione vegetariana non sia un precetto che i praticanti devono rispettare anche all’esterno dell’ashram.

A fine cena sono spuntati fuori anche panettoni, lici e clementine, di cui ovviamente mi sono abbuffato (ps: i dolci mi fregano sempre). Essendo stato leggero prima, però, devo dire che poi sono stato bene.

Dopo cena c’è stato un timido tentativo di giocare a un gioco tipo Trivial Pursuit, ma in inglese e incentrato sulla disciplina specifica, quindi con domande sulla spiritualità, la pratica, il Maestro e così via. Si è trasformato in una sorta di lettura di domande e risposte e successivo dibattito. Molto interessante, dato che sebbene la pratica di questo ashram sia una Via diversa dalla mia, tutti i percorsi spirituali hanno qualcosa in comune ed è interessante conoscere e imparare anche da altri. Ho ascoltato rapito, fino al momento di una inaspettata quanto gradita tisana all’ortica.

Arrivati alle 23.30 c’è stata una sessione di meditazione di un’ora. L’idea era proprio quella di accogliere il cambio dell’anno in meditazione. Non essendo una meditazione di gruppo controllata, hanno potuto partecipare anche gli esterni e quindi ho avuto modo di osservare cosa succedeva e l’atmosfera che si creava nell’ambiente di meditazione.

Ho deciso di non meditare, anche perché la meditazione in forma silenziosa non la pratico da un bel po’ di tempo e non volevo esagerare. E poi ero curioso di osservare quel che succedeva.

I praticanti erano seduti sulle sedie (la meditazione avviene da seduti utilizzando una forma di visualizzazione, diversamente dallo Zen dove si è seduti per terra e non c’è una visualizzazione intenzionale, ma la sola concentrazione sul respiro), avvolti da coperte. La coperta è un sistema per evitare il freddo, non è parte della pratica, ma conferisce alla comunità un certo fascino. Le donne più eleganti avevano scialli adatti allo scopo e alternativi alle meno belle coperte; per inciso, la maggior parte dei praticanti erano donne, gli uomini, me compreso, si contavano sulle dita di una mano.

L’ambiente era immerso nella penombra, poche luci poste in modo strategico illuminavano le foto del maestro e le pareti. Illuminotecnica di base, ma rende l’ambiente gradevole. Il silenzio e la pace formano un’atmosfera di rilassata attenzione, sembrava che dai praticanti uscisse dell’energia.

Con il passare dei minuti questo silenzio è stato interrotto dai botti dell’ultimo dell’anno, una consuetudine che con il passare del tempo mi sembra sempre più distante dal mio modo di vedere. Il rumore non disturbava più di tanto, perché l’interno dell’ashram era sempre avvolto in un’atmosfera di pace e rilassatezza.

Al termine della meditazione, nonostante gli intenti “tiratardi” di alcune praticanti, il sentimento generale era quello di stanchezza e voglia di dormire. Diverse persone tra l’altro venivano da molto lontano: Aosta, Torino, Trieste. È naturale che a quell’ora si sentissero stanche, a un orario nel quale comunque si dovrebbe dormire.

La comunità si è quindi apprestata ai materassi, sistemandosi in modo da creare un giaciglio e sono spuntati i vari pigiami e bustine con dentifricio e spazzolino. Era giunta per noi esterni l’ora di lasciare questo luogo di pratica al suo meritato riposo, considerando che la meditazione del mattino era a non moltissime ore di distanza.

Siamo usciti da questa esperienza positivamente, solo che nel mio caso specifico, dato che nella meditazione serale mi sono addormentato in una posizione strana e mi sono infiammato la muscolatura superiore della schiena, quasi un torcicollo che partiva dai dorsali alti. Ma non è un problema, passerà.

I praticanti presenti all’ashram ieri sera erano di tutte le età e molto cordiali. Con qualcuno abbiamo scambiato qualche chiacchiera in più, con altri solo sorrisi. È stato interessante vedere diversi tipi di persone, ciascuna delle quali sicuramente si è avvicinata alla pratica per motivazioni diverse, però tutte intenzionate, in un modo o nell’altro, a percorrere un certo tipo di cammino.

Scritto da Max

19 aprile 2010 alle 12:00 am

Pubblicato in meditazione

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